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Futuro del classico. A cosa servono davvero i Greci e i Romani
Marco Nocca
ex alunno dell’istituto, Storico dell’Arte e docente dell’Acccademia di Belle Arti di Roma
Ragazze e ragazzi, in questa “Notte del Liceo Classico” che si avvia, iniziativa nazionale cui il liceo Mancinelli-Falconi partecipa, vorrei partire da una domanda che di sicuro vi siete fatti, magari in un pomeriggio di stanchezza davanti alla versione di latino (o di greco) da tradurre: “Ma a che serve tutto questo? Perché studiare ancora i Greci e i Romani?” E’ una domanda legittima. Viviamo in un mondo che corre veloce, dove tutto sembra misurarsi in termini di utilità immediata. E allora che cosa possono darci Omero e Virgilio, nell’epoca dei social, quando siamo ammaliati, a volte non riusciamo a staccarci da Tik Tok? Cosa può insegnarci Platone, mentre l’intelligenza artificiale riscrive il nostro modo di pensare? Eppure, e qui seguo l’intuizione di grandi studiosi dell’antichità, come Salvatore Settis o Maurizio Bettini, il classico non è ciò che è passato. Classico, come ricordato dalla preside Incani nell’introduzione, è ciò che non smette di parlarci, che continua ad avere qualcosa da dire per noi, e per le generazioni che si avvicenderanno dopo di noi. Perché si studia la storia antica? Si può rispondere come Terenzio, “sono un uomo: non ritengo nulla che sia umano a me estraneo”, che tutte le vicende degli uomini dunque, in ogni tempo e in ogni luogo, meritino attenzione e studio, dall’antica Cina all’antica Roma.
So che le terze e quarte classi sono reduci da un bellissimo viaggio d’istruzione in Sicilia occidentale, parte dell’antica Magna Grecia colonizzata dai popoli dell’Ellade fuorusciti dalla madrepatria. Sono sicuro che Segesta, Selinunte, Erice, la valle dei Templi, tutte le meraviglie che i vostri professori vi hanno accompagnato a scoprire, resteranno per sempre dentro di Voi. Sono, infatti, le tracce del nostro passato, in Italia così imponenti da incuriosirci e da obbligarci a studiare ciò che è stato per capire una parte importante di noi stessi. Tracce di quelle civiltà originarie si sono lentamente depositate nella cultura, nella lingua e nel dialetto, nei monumenti, nelle istituzioni, nel paesaggio. Noi italiani, noi europei, cittadini consapevoli, per capire noi stessi dobbiamo considerare non solo gli antichi Romani, ma anche gli antichi Greci, gli antichi Ebrei, la cultura cristiana dei primi secoli come parti irrinunciabili e interconnesse. Nell’idea di classico c’è un profondo messaggio educativo nella relazione con la tradizione. Essa non è un guardaroba impolverato, da cui trarre ogni tanto un abito da indossare. Non è un museo da visitare in silenzio. Il patrimonio classico è un bene comune, come l’acqua, o l’aria. Come ogni bene comune, può essere protetto o abbandonato. Pensate al Partenone. Quel tempio costruito per una funzione religiosa, tributare il culto alla dea Athena, protagonista nella cella con una statua crisoelefantina attribuita a Fidia [oggi dispersa] esprime nelle sue forme un’idea di città, di convivenza, di bellezza e armonia condivise. E’ la prova che una comunità può decidere di investire risorse enormi non per il profitto, ma per un ideale. Nelle storie narrate nelle sculture dei suoi frontoni trionfa il mito, certo. Ma c’è soprattutto, la capacità di raccontare il presente (la guerra coi Persiani, definitivamente sconfitti dai Greci) attraverso un racconto simbolico, che scorre nelle metope che si susseguono sul fregio dorico: la lotta dei Centauri con i Lapiti, qui offerta nella ricostruzione policroma originaria. C’è l’affermazione, dunque, dell’elemento razionale, simboleggiato dai Lapiti, e la sconfitta dei Centauri, metà uomini e metà cavalli, in cui quell’elemento bestiale allude alla ferocia dell’istinto, che l’uomo deve essere capace di governare: come gli Ateniesi (la Ragione) hanno battuto i Persiani (l’Irrazionale). Ed ecco dunque una comunità che celebra sé stessa attraverso il racconto mitico, ed edifica un monumento per poterlo raccontare. Passiamo a Roma. Pensate alla colonna Traiana, all’interno del Foro dedicato all’imperatore: un racconto scolpito nella pietra, un fumetto di marmo che racconta una guerra, quella dei Romani contro i Daci ma anche la propaganda di un sovrano. E’ una incredibile testimonianza sopravvissuta, che ha attraversato i secoli, che ci invita a guardare come gli antichi edificavano, attraverso un monumento onorario, il consenso e il potere. E conseguentemente ad interrogarci su come viene costruito oggi, attraverso la comunicazione, ad esempio. Immateriale, destinata su supporti digitali ad una vita molto meno eterna, ma non meno efficace nell’immediato. Questo confronto, tra un modo pesante di imporre il potere attraverso un monumento onorario, che rimanda alla grandezza di chi lo ha commissionato, e il modo leggero, a tratti occulto e sottile, con cui oggi nella comunicazione si impongono consenso, mode, stili di vita, invitando gli utenti agli acquisti attraverso la pubblicità; questa relazione, sollecitata da testimonianze vive del Passato, che ancora ci parlano, costituiscono un arricchimento per il vostro modo di pensare. Di scoprire ad esempio che il presente vivo dei social non è un assoluto, e anche la vostra capacità di orientarvi al suo interno aumenta grazie alle relazioni che voi istituite. Il classico dunque non è affatto nostalgia. E’ consuetudine, costruita giorno per giorno, ad interpretare, a tradurre nell’oggi testi scritti in quelle lingue antiche (il latino e il greco). Forma in voi capacità linguistiche e intellettive di decifrare insiemi storicamente complessi, istituire rapporti; è strumento critico, insegna a non essere manipolabili, a svolgere, per esempio nelle notizie che ci vengono comunicate, una verifica rigorosa delle fonti, a svelare le narrazioni del potere. Il classico ci aiuta inoltre a capire meglio l’Altro, perfeziona i nostri sentimenti di empatia, la capacità di andare oltre le nostre convenienze e l’utile personale attraverso l’immedesimazione.
In che modo? I Greci e i Romani non sono i nostri antenati nel senso ingenuo del termine. Non sono “noi in toga”, o noi “col peplum”. Sono diversi da noi, Radicalmente diversi. Per questo sono preziosi. Guardate l’Afrodite Cnidia di Prassitele. La Venere di Milo. O, visto che ci troviamo a Velletri, la celebre Pallade oggi al Louvre. Queste tre statue non rappresentano un ideale eterno di bellezza, come pensava Winckelmann nel Settecento, ponendo l’antico come piattaforma su cui edificare l’estetica neoclassica, soffusa di nostalgia. Esse esprimono l’ideale estetico di una cultura che non è più la nostra, ma che dobbiamo analizzare per comprendere in quali forme si esprimevano gli antichi, per poter mettere quelle forme a confronto con il presente. Guardate il Laocoonte: quel groviglio di corpi serpenti dolore è un modo di rappresentare la sofferenza che coincide con il nostro? E in letteratura? Pensate ad Omero: gli eroi piangono, urlano, si disperano. Achille non è un supereroe: è un ragazzo ferito, arrabbiato, vulnerabile. Oppure pensate a Catullo: un poeta che parla d’amore con una sincerità che oggi definiremmo “brutale”. Studiare gli antichi significa fare esperienza dell’alterità. Scoprire che il mondo non è fatto soltanto a nostra immagine, che sono esistiti, esistono ancor oggi altri modi di vivere, di pensare, di amare. E questa è una lezione fondamentale, in un’epoca che rischia di chiudersi nelle bolle, nelle identità rigide, nelle semplificazioni. Riprendiamo a questo punto la frase di Terenzio che dà il titolo alla notte, e attraversa i secoli come un faro: Homo sum. Humani nihil a me alienum puto. “Sono un essere umano. Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. E’ una dichiarazione di empatia, ma anche di responsabilità. E se la mettiamo accanto alle opere d’arte antiche, diventa ancora più potente. Guardate il Sarcofago degli sposi: quelle due figure sdraiate sorridenti, che sembrano parlare con noi ancora oggi. E’ un’immagine di intimità, di affetto, di complicità. Oppure pensate alla stele di Hegeson ad Atene: una donna che sceglie un gioiello da un cofanetto porto dalla domestica. Un gesto quotidiano, delicato, che ci ricorda che gli antichi non siano solo eroi e battaglie, ma persone. E allora comprendiamo che il classico è insieme distanza e vicinanza, è un ponte tra epoche, sensibilità, esseri umani. A che servono dunque i Greci e i Romani? Servono a formare il pensiero critico. La vita, il mondo, portano con loro esperienza di gioia, e di profondo dolore. Vicende complesse, a volte difficili da decifrare, senza un bagaglio di esperienza umana. Gli antichi non danno risposte, ma vi insegnano a porre le domande giuste, a voi stessi e a chi condivide il vostro percorso di vita. In questo mondo in cui tutto è semplificato il classico è un grande personal trainer: vi allena a vedere le sfumature. Conoscere il passato vuol dire riconoscere immediatamente i miti, le narrazioni del potere, le retoriche che lo hanno attraversato. Divenire per questo meno manipolabili. Conoscere il passato alimenta la creatività dell’oggi. So che la scuola è reduce da un bel lavoro su Pasolini, realizzato attraverso la produzione di un documentario. Pasolini è stato uno scrittore che ha cercato di proiettare nel presente i grandi, eterni temi della tragedia. Penso alla sua Medea. Quanto ci parla, ancora, questa storia terribile – di una donna abbandonata da Creonte per Creusa, l’altra, che finisce per uccidere i figli avuti dal marito e i due amanti – degli orrori nascosti nelle profondità della psiche umana, ancor oggi rimbalzanti nelle notizie diffuse dalla cronaca? Il classico è un serbatoio infinito di storie, immagini, simboli, che la psicoanalisi novecentesca (penso a Freud e a Jung) ha decifrato come meccanismi di comportamento ricorrenti nella natura umana, archetipi eterni. Pensate alla storia di Edipo, che, senza saperlo, uccide suo padre e sposa sua madre. Assunta da Freud a dimostrazione dell’attaccamento fisico ed emotivo di ciascuno alla figura materna (il cosiddetto complesso di Edipo), che può divenire morboso, se non adeguatamente superato nel processo di formazione e di conquista dell’identità, in cui voi ragazzi siete ora pienamente immersi. Conoscere questa storia, aver letto Sofocle, averlo recitato insieme ai compagni (so che stasera avremo una dimostrazione anche da parte del vostro gruppo teatrale) significa divenire più consapevoli dell’eternità di tutto ciò che è umano, che gli Antichi hanno affrontato prima di noi, passandoci il testimone. A che servono allora gli Antichi (i Greci, i Romani)? Servono a vivere meglio nel presente, non per tornare indietro, ma per andare avanti con maggiore consapevolezza. Non per ripetere ciò che è stato, ma per immaginare con più frecce al proprio arco ciò che per noi il futuro può diventare.
Il classico non è un rifugio. E’ un campo di possibilità, un invito a formarsi come cittadini più consapevoli, più liberi, dunque più umani. E il suo futuro, dipende da Voi. Dipende da noi tutti. Dal continuare ad esistere di questa scuola meravigliosa, oggi nella sua diversificata offerta formativa- e degli studi umanistici: che non insegnano nulla di praticamente spendibile nell’immediato. Insegnano a pensare. Ciò di cui abbiamo più bisogno ora, per governare l’intelligenza artificiale, e le sfide tecnologiche dell’immediato futuro che ci aspettano.
Bibliografia
Salvatore Settis, Futuro del classico, Torino, Einaudi, 2004
Maurizio Bettini, A che servono i Greci e i Romani?, Torino, Einaudi, 2017
Marco Nocca Antichità come Futuro. Mattinate a disegnare nelle sale Vaticane, in: Antico
presente: l’Accademia disegna, Musei Vaticani /Accademia di Belle Arti di Roma, 2017
Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, Torino, Einaudi, 2019
Marco Nocca (Velletri 1961), allievo del Liceo Classico Mancinelli (dipl.1979) è professore di prima fascia di Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove insegna Storia dell’Arte Antica e Museografia. Autore di oltre cinquanta pubblicazioni tra monografie, articoli scientifici, cataloghi esposizioni (elenco completo in www.biblhertz.it, ad vocem), ha ricomposto in mostra dopo anni di studi La collezione Borgia (Napoli, Museo Nazionale Archeologico, 2001, catalogo Electa in 2 vv. ). Nel 2010 ha curato per i Musei Vaticani il riallestimento del Museo di
Propaganda Fide nel palazzo di Borromini a piazza di Spagna. Si occupa di artisti nordici otto-novecenteschi a partire dalla mostra Impressionisti Danesi in Abruzzo, Roma, Museo Andersen,
2014. Nel 2017 ha studiato e pubblicato, con C. Di Bella, la raccolta dei busti marmorei del Senato della Repubblica (Pantheon di Pietra. Uomini illustri nella collezione dei busti del Senato del
Regno d’Italia, Roma, Gangemi). Esposizioni a sua cura più recenti, con cataloghi tutti pubblicati da L’Erma di Bretschneider: L’Ombra e la Luce: Jean-Pierre Velly, Roma, Istituto Nazionale per la Grafica, , 2016; La petite italienne : Juana Romani, Roma, Accademia di Belle Arti, sede di Velletri, 2018; Felicità della Pittura: Edgardo Zauli Sajani da Forlì a Roma, Roma, ABA, 2019.; Arte nell’orto. Ogni anno il campo porta nuovi frutti, Roma, ABA, 2021. Tra le sue ultime fatiche: Impressioni e realtà. Il sogno scandinavo da Barbizon a Civita d’Antino, Imago Museum, Pescara 2021; Tra due patrie nella pittura. Elisa Maria Boglino da Copenaghen a Roma , cat. mostra Pescara 2024, Imago Museum, 2024.

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